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L’EDITORIALE DI ST: VALLETTA E I FINTI B2…DAL CAPO VILLAGGIO AL MAESTRO CON LE STIMMATE

Una stimolante discussione è nata qualche giorno fa su fb, generata da un post dell’amico ed apprezzato giocatore/maestro Marco Valletta. Il succo della questione era in buona sostanza questo: un buon maestro in che misura deve esser stato anche un forte giocatore? L’alibi o copertura che talvolta i maestri over 40 danno a se stessi, non essendoci un database che ne attesti le carriere agonistiche, è di esser stati B2. Fatto risibile dal momento che aver avuto una tale classifica negli anni ’80 e ’90 equivaleva ad esser oggi 2.1 o 2.2: si può facilmente capire che i B2 della racchetta non sono stati tanti dalle parti nostre. Magari in un altro articolo ci divertiremo a ricordarli grazie a reminiscenze legate a tabelloni di tornei condivisi, almeno fino alle primissime battute.

L’agonista forte può senz’altro dare tanto ad un allievo che si propone di seguirne le orme. Spirito di emulazione nel ragazzo, capacità di lettura di situazioni vissute a livello assai avanzato, rapporto privilegiato con la pratica agonistica e con la vittoria: questi sono solo alcuni dei fattori che rendono l’ottimo giocatore/maestro preferibile alla concorrenza. A patto che ad animarlo ci siano il fuoco e la passione per l’insegnamento: che il desiderio di veder vincere un allievo equivalga ad una partita o ad un torneo dei propri conquistati sul campo. Quando queste due circostanze si verificano nasce il grande maestro, la potenziale guida per generazioni di giovani tennisti. Alberto Sbrescia ha rappresentato tutto questo, nel rispetto totale dimostrato per la pratica sportiva: ancora oggi lo si può veder correre nella zona di Viale Giochi del Mediterraneo o del Tennis Napoli, negli orari più incredibili. Quelli che l’insegnamento gli concede, tra una lezione ed un altra. Lo sport è vita, il sacrificio foriero di successi e chi li ha raggiunti può facilmente indicare ad altri la via percorribile. Senza per questo aver certezza di riuscirci: solo su Potito Starace il buon Alberto non ebbe mai dubbi, quando invece i santoni dei centri tecnici federali pensavano a come modificargli perfino il dritto.

Ecco la nota stonata. L’avvocatura è oggi giorno inflazionata quasi quanto l’ambito dei maestri di tennis. La racchetta per molti di loro è divenuto un optional: tanti preferiscono girare con i-pad e agende telematiche sotto il braccio, lasciando miseramente al campo (inteso come terreno di gioco, palestra, tana delle tigri…) un ruolo marginale. Eccoli i “politicanti” del tennis, coloro che con pochissime partite giocate e tante chiacchiere indirizzate all’imprenditoria del settore, hanno sparigliato i giochi. Se non è detto necessariamente che un gran giocatore possa un giorno diventare un grande maestro non lo è altrettanto giusto che il “politicante” della racchetta scalzi nelle gerarchie, anche quelle federali, chi ha perfino dato lustro alla nazione indossandone magari la maglia di rappresentanza nelle competizioni internazionali. La conformazione del sistema italico mi ricorda molto le piramidi dei villaggi turistici, vissuti in prima persona ai tempi della Valtur. L’ex B2, quello vero, serviva al capo-tennis (che invece vantava tradizionalmente trascorsi da C4, ricordate questa classifica?) per evitare figuracce qualora arrivassero al villaggio clienti più o meno bravi.

E allora cosa succede? Che i maestri, quelli bravi che amano alla follia il proprio lavoro, si rintanano nei circoli (a patto che abbiano la fortuna di averne in pianta stabile), assecondando gli umori dei “politicanti” della racchetta (o capi-villaggio) per non incorrere in ramanzine o ritorsioni da poveracci. I capi-villaggio vantano solitamente rapporti con la proprietà: in termini metaforici che non sfuggiranno al lettore irrompono nei comitati regionali imponendo persone e decisioni ultime, cantastorie (stonati) di fiducia, in un quadro di regime teso all’esaltazione di ciò che quasi sempre resta tristemente di facciata.

Ma il lavoro minuzioso, quello vero, dettato dal cuore da invece i suoi frutti. A Caserta Pietro Martellotta e la famiglia Tricarico vanno avanti per la propria strada, sfornando numeri da “Accademia…dell’Arte”. A Battipaglia Mario Galietta e Paolo Bianchini fanno i maestri con l’arguzia e l’abilità di quando sul campo spremevano gli avversari. A San Giorgio del Sannio i Pepe hanno creato la moda del tennis (vincente). E se uno come Martellotta avesse anche una struttura polivalente a disposizione? Cosa riuscirebbe a tirar fuori?

Eccoli gli eredi di Alberto Sbrescia, termine di paragone che può sembrare irriverente ma che ha il proprio perchè: senza fumo e fronzoli, senza mire politiche, nel silenzio che a volte può sembrare frustrante, ci sono ancora ragazzi (neanche più giovanissimi) per i quali il campo da tennis è sacro. Eccoli i maestri di tennis, ecco le guide che i ragazzini vorrebbero semplicemente avere al proprio fianco nel percorso di crescita.

Silver Mele

3 Comments

  1. Giuseppe Pepe

    5 agosto 2017 at 19:56

    Carissimo Silver, questa volta, non condivido appieno le tue argomentazioni. L’annosa querelle, se giocatori mediocri possono essere dei buoni maestri o, più in generale, buoni tecnici si ripropone non solo per il tennis, ma anche per tutte le altre discipline sportive,e non. Il discorso è molto complesso e coinvolge una serie infinita di variabili che entrano in gioco nel processo insegnamento-apprendimento.Posso citare tantissimi nomi di famosissimi tecnici che hanno determinato la fortuna sportiva di tantissimi atleti senza essere stati, loro stessi, atleti degni di nota: Sacchi, Mourinho, Sarri, Vittori, Velasco, Piatti, e etc.
    A mio avviso il successo, nel connubio atleta-allenatore è determinato da una serie di fattori che vanno molto, molto al di là di quelli che sono gli aspetti puramente tecnici di una disciplina.Provo ad elencarne qualcuno :
    -Empatia
    -Plasticità,
    -Adattabilità
    -Capacità di sperimentare, andando contro il pensare comune
    -Aggiornamento
    -Cultura del lavoro e del sacrificio
    Come ben sai non tutti i grandi giocatori hanno queste caratteristiche, anzi proprio quelli più talentuosi spesso ne difettano.Il giocatore di talento, indipendentemente dalla classifica raggiunta, è istintivo, volubile, insofferente, poco inquadrabile; le dinamiche dei colpi sono dettate da abilità neuromuscolari scritte nel DNA.Il giocatore di talento anticipa, salta passaggi che per i giocatori mediocri sono invece passaggi obbligati nel processo evolutivo del proprio gioco.
    Può, dunque, il giocatore di talento trasmettere agli allievi abilità -che tranne qualche rara eccezione- neanche lui ha piena consapevolezza di possedere? A memoria non mi vengono i nomi di grandi tennisti che sono stati grandi tecnici.

    • Silver Mele

      6 agosto 2017 at 0:33

      Infatti Peppe non ho scritto questo…sono andato ben oltre ;))) Grazie comunque per l’attenzione

      • Giuseppe Pepe

        7 agosto 2017 at 22:59

        Grazie per la risposta estremamente sintetica ! Mi riferivo,tuttavia, alla prima parte del tuo articolo e mi sembrava di aver colto qualche contraddizione rispetto a quanto asserito nella seconda parte. Ma può darsi che mi sbagli.
        Sai, il caldo e la vecchiaia … !

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