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INTERVISTA ESCLUSIVA: IL FUTURO DEL TENNIS SECONDO DIEGO NARGISO

“Il tennis è un gioco semplice per persone intelligenti”, dichiarava Grigor Dimitrov citando suo padre in conferenza stampa durante l’ultima edizione del Southern&Western Open di Cincinnati. La stessa semplicità decantata dal bulgaro è proprio ciò che caratterizza il metodo d’insegnamento ideato ed adottato presso l’ITA (International Tennis Academy) da Diego Nargiso che, proprio come lo stesso Dimitrov, sollevò la coppa di Wimbledon Juniores all’età di 17 anni diventando, nel 1987, il primo italiano a trionfare sull’erba di Londra.

L’ “Easy Tennis” di Nargiso nasce dalla summa di innumerevoli esperienze vissute sulla propria pelle ed accumulate nel corso degli anni spesi all’interno del circuito maggiore, dove il nativo di Napoli ha avuto la possibilità di rapportarsi e confrontarsi con esponenti illustri di differenti culture tennistiche (fondamentali gli insegnamenti dei coach Gunter Bosch, Lluis Bruguera, Nick Bollettieri e Pato Alvarez). Come professionista è cresciuto tra Francia, Spagna e Stati Uniti, oltre che in Italia, ed al termine di una carriera che lo ha visto in vetta al ranking mondiale di doppio, nonché al 67° gradino della classifica ATP da singolarista, ha deciso di investire tutto sul futuro puntando sulla formazione dei campioni di domani. L’ex tennista ha forgiato giocatori del calibro di Flavia Pennetta e Filippo Volandri, e vanta, fra le altre, prestigiose collaborazioni intraprese con Filip  Krajinovic (fu l’ex n.1 al mondo Novak Djokovic ad affidargli il progetto) Gianluca Mager, Lorenzo Giustino e Andrea Basso, attualmente suo assistito.

Col trascorrere degli anni, Nargiso ha assimilato praticamente tutto ciò che c’è da sapere su questo sport ed è riuscito a maturare il proprio incontenibile estro da giocatore nell’ordine e nel rigore che tutt’oggi sono alla base del suo ambizioso progetto accademico partito nel 2012. Con lo sguardo costantemente rivolto verso il futuro, l’International Tennis Academy by Diego Nargiso, nata e cresciuta a Beausoleil e presto in arrivo a Milano, è forse ciò di cui il tennis italiano della formazione avrebbe bisogno, adesso più che mai.

Ci racconta di come è nato e si è sviluppato il progetto della sua Academy?

«Il progetto è nato dopo aver seguito Filippo Volandri e Flavia Pennetta, giocatori che ho cresciuto nella prima parte del mio post-carriera da professionista. Nel 2012 un amico aveva preso un club vicino Monte Carlo con otto campi in veloce e mi chiese se volevo occuparmi della parte agonistica. Per dare vita ad un metodo di allenamento ho raccolto tutte le mie conoscenze ed esperienze tennistiche, date poi da quelli che sono stati i miei coach (Gunter Bosch, Lluis Bruguera, Nick Bollettieri, Pato Alvarez, ndr). Tutte questi insegnamenti dati da allenatori di diversa provenienza, hanno fatto sì che avessi una visione più eterogenea del tennis. Queste diverse scuole di pensiero le ho poi raggruppate in un metodo d’insegnamento denominato “Easy Tennis”, perché credo che il tennis debba essere insegnato con facilità e attraverso l’utilizzo di parole semplici».

Qual è la vostra offerta formativa?

«La prima offerta che abbiamo è chiamata “Sport & School”. Abbiamo un accordo con un grosso istituto di tutor, per cui i ragazzi possono recarsi in Academy e conseguire il diploma da privatista. Attraverso questo metodo riusciamo ad alternare con equilibrio i momenti di studio a quelli di lavoro. Poi c’è il “Full Time”, dove i ragazzi magari già diplomati decidono di allenarsi a tempo pieno, mattina  e pomeriggio, praticamente in modo quasi professionale. Offriamo anche la possibilità di allenarsi a periodi, cioè, stando al proprio club, ci si può recare in Academy periodicamente per verificare il lavoro fatto insieme al maestro del circolo di casa. Per i ragazzi , inoltre, cerchiamo di sviluppare sempre un “Piano A” ed un “Piano B”: il primo è quello di diventare chiaramente professionista ed avere un buon piazzamento all’interno della classifica mondiale e poi, con un corso accelerato, conseguire anche il titolo di maestro. Il secondo, invece, vede coloro che non sono riusciti a sfondare (parlo di 700-800 del mondo) trasferirsi negli States, grazie ad una borsa di studio gratuita, o parzialmente gratuita, dove il ragazzo studierà in un college per 4 anni al fine di conseguire una laurea in qualsiasi indirizzo a sua scelta. Allo stesso tempo gli verrà data la possibilità di giocare a tennis nei campionati universitari e nei 4 mesi antecedenti la conclusione del programma di studio si avrà inoltre la possibilità di giocare nel circuito ATP».

In che modo vengono selezionati gli allievi?

«I ragazzi vengono scelti a seconda del loro livello. Abbiamo degli accordi con alcuni club di tennis dove siamo noi a recarci (come faremo a Bologna, Torino, Pordenone) per scoprire dei potenziali talenti. Alcuni di questi, poi, vengono scelti ed indirizzati verso un percorso che la famiglia decide se intraprendere o meno. Altre volte, invece, sono i ragazzi stessi a venirci a trovare in Academy per valutare l’ambiente».

Come professionista è cresciuto tra Francia, Spagna e Stati Uniti, oltre che in Italia, ma per quanto riguarda il metodo accademico, che i Paesi appena citati hanno adottato da ben più tempo rispetto a noi, crede ci siano differenze sostanziali tra il metodo italiano e quello straniero?

«Assolutamente. Innanzitutto la differenza principale è che all’estero gli investimenti delle academy sono importanti, nel senso che nessuno parla di academy nei circoli privati. Nessun maestro che gestisce una scuola tennis ed ha qualche ragazzino che gioca bene dice di avere un’accademia. Ci vogliono investimenti, strutture importanti, uno staff dedicato a questo, persone che girano il mondo. Ci vuole un metodo accademico vero, cioè un posto dove i ragazzi possano entrare a contatto con un ambiente ed una mentalità che non può essere quella del circolo. Il circolo in Italia è un luogo di ritrovo, un momento ludico importante a livello sociale però è essenzialmente un ambiente amatoriale, non si può preparare un aspirante professionista o agonista in un ambiente simile».

A questo punto le chiedo: come si crea un professionista?

«Il dovere di un allenatore è quello di portare il proprio giocatore alla sua massima espressione. Non bisogna porsi limiti nel determinare se il ragazzo ha delle potenzialità da top player o meno. In età giovane non siamo quasi mai in grado di dare un giudizio che corrisponda a realtà, magari il ragazzo ha delle doti che non vediamo subito. Faccio un esempio: Luca Vanni a 18 anni era ancora terza categoria, poi è entrato fra i primi 100 al mondo. Bisogna costruire con i ragazzi una mentalità, un equilibrio che molto spesso nei circoli non si può avere. A volte i ragazzi vincono due partite nel Master regionale e quando tornano al circolo si sentono i campioni del mondo, poi perdono una partita qualsiasi e vanno in crisi… È importante sapersi confrontare con la vittoria così come con la sconfitta, indipendentemente da che torneo si è disputato. I grandi momenti di depressione e di euforia ti fanno andare fuori di testa in un modo o nell’altro. Occorre fissare degli obiettivi di corto, medio o lungo termine e non essere influenzati dal risultato immediato, piuttosto guardare i miglioramenti tecnici, tattici, fisici e mentali. Quando si crea questa mentalità e questo equilibrio nella vittoria e nella sconfitta, l’assistito è pronto ad affrontare tutto ciò che può verificarsi in campo. Poi c’è il discorso legato ai genitori; questi vanno coinvolti nel progetto perché avranno sempre un ruolo di rilievo nella vita dei ragazzi. Questi devono essere educati ad avere fiducia nell’allenatore. È più importante che i genitori utilizzino un unico modo di rivolgersi ai figli, che sia in linea con quello del coach, altrimenti se il ragazzo non è contento, ed il genitore lo asseconda, si creano dei meccanismi che portano il giocatore a perdere di vista gli obiettivi. In Italia purtroppo questo è il problema principale dei ragazzi nell’80%, se non proprio nel 90% dei casi».

Che obiettivi si è prefissato con l’Academy? Ci sono progetti di espansione?

«L’idea è proprio quella di diventare l’accademia di riferimento in Italia e piano piano di crescere. Il progetto è ambizioso, stiamo per aprire a Milano, ma i numeri non sono tutto. La cosa più importante per me è riuscire a dare ai ragazzi la possibilità di inseguire un sogno».

Nell’ultima settimana è stato impegnato in veste di inviato per Supertennis TV alle Next Gen ATP Finals. Cosa ne pensa delle nuove regole adottate durante l’evento?

«Sono assolutamente conscio del fatto che il tennis debba essere appetibile televisivamente per i giovani. Più andiamo verso il futuro, più c’è bisogno di innovazione, basta però che questa non sfoci in rivoluzione. Quelle che abbiamo visto a Milano sono di fatto innovazioni. È ovvio che gli amanti della tradizione storcano il naso di fronte ad un cambio di punteggio ma, per fare un esempio, anni fa nella pallavolo c’era il cambio palla, poi si è passati al punto automatico e nessuno oggi si ricorda che si giocava col cambio palla. Anche gli sport si evolvono e credo che i ragazzi si adatteranno a queste regole. La cosa bella dei quattro game sta nel fatto che non esistono tempi morti nel set; i giocatori ed il pubblico sono entrambi coinvolti nella partita dal principio. Anche l’idea del coaching mi piace molto, credo che un allenatore ed un giocatore debbano comunicare serenamente anche perché il giocatore non si allena da solo. La regola del let sul servizio, invece, non mi fa impazzire ma incide su talmente pochi punti… peraltro il nastro può capitare anche durante uno scambio, la fortuna va e viene».

Chi tra gli otto in gara a Milano crede abbia il maggior margine di miglioramento?

«Shapovalov è senza ombra di dubbio quello con più talento. È un giocatore incredibile con tante soluzioni nel suo gioco ma proprio per questo fatica a fare le scelte giuste. Commette ancora tanti errori tecnici e tattici. Sono convinto che non appena verranno fatti degli accorgimenti, in un futuro sarà quello che, più di tutti, inciderà sul tennis mondiale».

Abbiamo visto anche un italiano confrontarsi con i migliori Next Gen, parlo di Gianluigi Quinzi. Cosa manca all’azzurro per fare il cosiddetto “salto di qualità”?

«Gianluigi ha fatto degli errori madornali nella prima parte della sua carriera. Per quattro anni, quasi cinque, si è arenato intorno alla 300^ posizione ATP e questo soltanto per aver cambiato continuamente allenatore. Oggi è coinvolto in un progetto moto professionale con Fabio Gorietti, il quale ha dimostrato con il lavoro fatto insieme a Vanni, Lorenzi, Travaglia, e Fabbiano, di essere un allenatore vincente. È uno che sa trasferire ai propri giocatori una buona serenità e mentalità. Quinzi ora deve semplicemente avere fiducia nel proprio coach. Ha solamente 21 anni e nei prossimi tre o quattro anni avrà tutto il tempo per affacciarsi sui primi 100 posti del mondo, visto che in ATP la media per raggiungere questa classifica è di 25-26 anni. È un ragazzo che può giocarsela alla pari con i migliori giovani del circuito, lo ha dimostrato proprio a Milano. La cosa importante è che non si lasci condizionare dal lavoro degli altri perché non è una corsa a chi arriva per primo ma a chi arriva più lontano».

Se consultiamo il ranking mondiale o agli albi d’oro dei grandi tornei vediamo che l’Italia è abbastanza indietro rispetto agli altri Paesi. Da cosa dipende questo secondo lei?

«Credo che l’Italia sia un Paese disorganizzato dal punto di vista sportivo e che lascia molto spazio all’interpretazione e all’inventiva dei singoli. Non abbiamo un solo metodo. Ognuno corre la propria gara da solo, non segue una scuola di pensiero univoca e questo fa sì che ci siano dei risultati di eccellenza sporadica che non portano alla continuità. Nel tennis servirebbe un maggiore confronto tra i migliori tecnici italiani per far sì che si lavori tutti insieme ad un grande progetto nazionale».

Guardando ai giovani emergenti nostrani, su chi scommetterebbe per il futuro?

«In questo momento punterei su Matteo Berrettini, se sta bene fisicamente. È un ragazzo del ’97 ed è già 123 al mondo. È quello più vicino a fare il grande salto ma ce ne sono parecchi altri che sono convito possano fare davvero bene. L’Italia ha sempre avuto cinque o sei giocatori tra i primi 100 del mondo e vedo tanto potenziale tra i ragazzi di adesso».

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