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INTERVISTA ESCLUSIVA A CLAUDIO PISTOLESI: L’IMPORTANZA DEL COACHING IN ATP

«Sono un imprenditore dello sport e la mia mission è creare una cultura tennistica».

Si presenta così Claudio Pistolesi, ex n.71 al mondo, ad oggi una delle voci più autorevoli del circuito ATP, in cui ha ha militato fino al 1995, anno che ha segnato il suo esordio fra i coach e nel team dell’iconica Monica Seles.

Con il suo supporto, nel 1996 la tennista statunitense ha conquistato gli Australian Open ed è salita al primo posto del ranking WTA. Fra i suoi numerosi, vincenti assistiti ricordiamo anche Daniela Hantuchova, Davide Sanguinetti, Simone Bolelli, Robin Söderling e Marius Copil, per citarne alcuni.

Nel 2013 Claudio fa touchdown negli States, dove tutt’oggi è situato il quartier generale della sua Enterprise e della JTCC Florida (Junior Tennis Champions Center), che gestisce insieme all’ex Top 10 e storico Director dell’ATP, Brian Gottfried. Scoperta l’America e le sue meraviglie, Claudio si è dedicato con passione alla crescita delle nuove generazioni di giocatori, indirizzandole in un percorso dove l’education si pone come solida base ai fini di costruire un futuro che vada oltre le ambizioni professionistiche.

Sarebbe riduttivo, però, limitare la causa sostenuta da Pistolesi all’arte di trasmettere ai tennisti emergenti i segreti del court. Di fatto, in qualità di rappresentante dei coach ATP, con il suo operato ha contribuito a dare lustro alla figura dell’allenatore. Adesso, con la sperimentazione del coaching alle Next Gen ATP Finals e nelle qualificazioni di due dei quattro tornei del Grande Slam, la sua mission, volta a rivoluzionare l’attuale concetto di coaching ultimandone la legalizzazione, è sempre più realtà.


Introduca ai nostri lettori la Claudio Pistolesi Enterprise…


“Per vent’anni ho fatto il coach itinerante in Tour, adesso ho una mia società: la Claudio Pistolesi Enterprise e dirigo anche la JTCC Florida. La casa madre della JTCC fa base a Washington (da cui sono usciti giocatori come Frances Tiafoe e Denis Kudla) mentre la nostra succursale si trova a Jacksonville, all’interno del prestigioso liceo Bolles, dotato di strutture sportive eccezionali con otto campi da tennis”.


Esiste un metodo di selezione degli allievi? Com’è organizzata la loro giornata?


“Prima di effettuare l’iscrizione, le famiglie si avvicinano a noi per dei test ed una valuation generale. Tra i compiti della CPE c’è quello di allenare, oltre agli agonisti indipendenti, anche gli allievi del liceo. Dal lunedì al venerdì i ragazzi si dividono fra studio ed allenamento e nel weekend si organizzano tornei. Poi c’è la parte internazionale che ha lo scopo di far conoscere ai ragazzi di tutto il mondo la realtà americana. In estate si è allenata qui Melania Delai, poi ci sono Francesco Ferrari ed Ante Pavic, che seguo personalmente anche nel circuito”.


In questi casi è inevitabile il paragone con il metodo italiano…


“Non mi piace mettere in contrapposizione le due cose, ognuno sceglie come porsi, ma effettivamente è un mondo completamente diverso, soprattutto a livello di strutture. Qui il tennis è per tutti, molti campi sono pubblici. Logisticamente parlando, in Italia tutto parte dal circolo, che nel 99% dei casi è legato alla Federazione. Nel 2008 ho lasciato il Paese tennisticamente parlando, restituendo la tessera FIT e la targa di Tecnico Nazionale; da quel momento ho basato la mia vita sull’esperienza personale a livello internazionale. Amo la libertà di espressione e l’idea che non si debba necessariamente passare attraverso i circoli”.


Negli anni ’90 ha allenato una delle icone del tennis mondiale: Monica Seles, che nel 1996 proprio durante la vostra collaborazione vinse gli Australian Open. Che ricordi ha di quell’esperienza? Cos’aveva lei di diverso dalle altre?


“Quello di Monica è un caso unico: veniva da un attentato e due anni di stop. Ha avuto una forza morale incredibile, quell’Australian Open resterà una delle più grandi imprese sportive della storia. Di lei ricordo una dedizione assoluta, una grande attenzione per i dettagli ed un modo elegante ed educato di rapportarsi con gli altri. Da lei ho imparato che allenarsi la mattina presto ha un grande valore, infatti spesso qui in America scendiamo in campo alle sei, prima della scuola. È una donna di un’altra categoria e senza quel tragico episodio sarebbe potuta diventare la tennista più forte di tutti i tempi”.


In Italia crede si possa ambire a quei livelli? Cosa manca per fare il salto di qualità?


“Nel femminile ambire ai livelli di Monica è difficile ovunque, non solo in Italia. Persino Serena e Venus le vedo, per certi versi, indietro rispetto a Monica. In Italia abbiamo avuto una generazione cresciuta negli anni ’90 (senza Tirrenia e Supertennis), con una dirigenza molto valida a livello di competenze tennistiche e valori sportivi ed umani. Ricordo in particolare la figura di Chiarino Cimurri, un dirigente eccezionale che conosceva davvero il tennis e che ha preparato il terreno per tutto quanto di buono è accaduto in quegli anni. Francesca Schiavone, Flavia Pennetta, Roberta Vinci, e Sara Errani (anche se quest’ultima si è allenata in Spagna) ci hanno dato tantissimo. Adesso si sta raccogliendo quello che si è seminato, con l’eccezione di Camila Giorgi, anche lei però cresciuta lontano dall’Italia…”


Quindi è necessario staccarsi dal nostro Paese per ottenere determinati risultati?


“Non è detto che non sia il miglior posto per crescere ma intendo il tennis come uno sport internazionale. All’interno di un team, la condizione migliore per allenarsi si crea quando ci sono indipendenza ed autonomia. Abbiamo grandi esempi di giocatori che hanno scelto di allenarsi all’estero, soprattutto in Florida ed in Spagna, come Kei Nishikori, Kevin Anderson, Marat Safin, Tomas Berdych e Maria Sharapova. Lo stesso Fognini è a Barcellona con coach spagnolo da molto tempo, anche se ultimamente in Italia sono emersi ragazzi molto forti che stanno prendendo il posto della generazione precedente. Per avere un campione Slam probabilmente dovremo attendere ancora ma al momento in ATP siamo messi bene”.

Monica Seles, Australian Open (1996)


Nel corso della sua carriera da allenatore, si è sempre battuto per l’introduzione del coaching, anche se fino al 2009 questa categoria non era neanche riconosciuta dall’ATP… Adesso ci troviamo in un momento storico in cui le Next Gen Finals offrono l’opportunità di sperimentare nuove regole. Siamo vicini alla legalizzazione?


“In realtà il coaching è sempre esistito, basta pensare alla WTA o alla Coppa Davis. Forse non tutti lo sanno ma nel maschile è già in atto da un paio d’anni nelle qualificazioni degli US Open e, nell’ultimo anno, degli Australian Open. Resta comunque un discorso complesso, il dibattito è apertissimo. Per otto anni ho ricoperto il ruolo di rappresentante dei coach nel Player’s Council dell’ATP e tutt’oggi è uno degli argomenti di cui si parla di più. I professionisti pagano i coach ma non possono utilizzarli nel momento che conta di più. Per prima cosa andrebbe rivista la regola per cui ogni forma di comunicazione fra coach e giocatore è vietata, perché è troppo generica e totalmente a discrezione dell’arbitro”.


Ricordiamo infatti quanto accaduto a Serena Williams durante la finale degli US Open…


“La finale degli US Open è stata rovinata da questo regolamento. Serena non si era neanche accorta dei gesti di Mpuratoglou, ha perso un punto e da lì è degenerato tutto. Legalizzare significherebbe non solo dare l’opportunità ai coach di comunicare nella giusta maniera ma anche evitare queste situazioni. In campo poi manca un posto riservato agli allenatori, in teoria un coach può mettersi dove vuole e per un arbitro diventa impossibile controllare due angoli opposti, infatti in quello della Osaka non sono mancati i suggerimenti. Servirebbe una panchina come in tutti gli altri sport. In questo caso specifico trovo efficace l’idea di Darren Cahill che ha suggerito di utilizzare le cuffie alle Next Gen ATP Finals”.

Alexander Zverev sperimenta il coaching alle Next Gen ATP Finals (2017)


Con la legalizzazione ne conseguirebbero più capovolgimenti di fronte?


“Non ci sono garanzie, non è sicuro che cambino tutte le partite ma i giocatori avrebbero sicuramente una chance in più. È successo anche a Kyrgios per caso agli US Open con  il giudice di sedia Lahyani, il quale inconsciamente ha fatto un coaching eccezionale. Tant’è che alla fine l’australiano si è fatto valere…”


In quel caso però non abbiamo assistito a tatticismi. Si può parlare ugualmente di coaching?


“Il raggio del coaching è vastissimo, non è legato esclusivamente alla tattica. Anzi, è soprattutto mentale. Se fai scattare la scintilla nella testa di uno come Kyrgios, toccando il suo orgoglio, vedrai che una maniera di vincere la trova ugualmente. Che poi l’abbia fatto un arbitro è veramente strano ma a prescindere dall’episodio in sé, ciò indica che quando un giocatore ha la possibilità di parlare con una persona esterna, ha concretamente una chance in più di vedere la partita sotto un’altra ottica”.


Al coaching è legata anche una questione di tipo economico che potrebbe creare un ulteriore gap tra i Top Player ed i giocatori di media e bassa classifica. D’altronde un campione opterà sempre per un allenatore di alto profilo, quindi per certi versi “migliore” nel dare consigli, cosa che non tutti possono permettersi…


“Mi si muove spesso questa obiezione ma un tale discorso può valere per i giocatori di Challenger, non in ATP dove i prize money garantiscono a tutti la possibilità di avere un coach. I casi variano da persona a persona, i Top Player guadagnano meritatamente di più ma, ad esempio, a Pechino Zverev insieme a Lendl ha perso da Jaziri, il cui coach sicuramente non guadagna quanto quello del tedesco”.


Quindi qual è il prossimo step ai fini dell’introduzione?


“È un work in progress. Al momento la proposta, di cui sono il papà, è stata paradossalmente accolta da due dei quattro tornei del Grande Slam ma non dall’ATP. Adesso dipenderà dall’associazione, dai giocatori, dai media e dalle televisioni. Le categorie coinvolte sono tante ma la posizione degli allenatori è molto chiara a riguardo”.


Ma perché l’ATP è così restia?


“Mentre gli Slam sono indipendenti, l’ATP è composta al 50% dai giocatori e al 50% dai tornei. Adattare le stesse regole a 62 tornei non è facile. Le problematiche che sorgono sono diverse: i direttori di alcuni eventi non sono d’accordo, altri temono che i coach possano abusare del potere di intervenire, mentre alcuni giocatori, sapendo che ci sono i microfoni in campo, preferirebbero avere un colloquio privato con il proprio allenatore…”


Parlando di innovazioni e rivoluzioni, cosa pensa del nuovo formato della Coppa Davis?  La Laver Cup con il suo appeal potrebbe costituire una minaccia?


“La Coppa Davis, quella alla quale sono affezionato ed in cui ho giocato, non esiste più. Anzi, a me sembra strano che la chiamino ancora così, avrebbero dovuto dargli un altro nome. La Laver Cup è meravigliosa perché, anche se è nata soltanto lo scorso anno, è legata alla storia del tennis. Vedere Rod Laver, John McEnroe e Bjorn Borg insieme a Roger Federer e Novak Djokovic mi ha fatto venire i brividi. In realtà è difficile rispondere a questa domanda perché non sappiamo come sarà la nuova Davis. Capisco l’ITF che doveva fare qualcosa per riportarla in vita ma si è perso davvero tanto… Nel 2020 partirà anche un altro evento a squadre organizzato dall’ATP: la World Team Cup. Staremo a vedere”.

A cura di

Arianna Nardi

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