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GIOVANNI RIZZUTI E LA CAMPANIA RITROVATA: “COSI’ AFFILO I DENTI PER CRESCERE”

La dispersione di talenti nel tennis, o per meglio intendersi il giro del mondo alla ricerca di fortuna e di scuole d’avanguardia,  è cosa addirittura abituale se rapportata ad altre discipline sportive. C’è il sogno di diventare giocatori, da coltivare con dedizione e sforzo massimo, nella corsa folle che fa del tennis comunemente lo “sport del diavolo” ma anche la più efficace tra le palestre di vita. Capita poi, altrettanto spesso, che le istituzioni del tennis, i potentati politici che esistono ovunque, favoriscano con attenzioni e sovvenzionamenti, un atleta piuttosto di un altro. Nascono così le imprese familiari, quelle che, rafforzando il patto di sangue tra genitori e figli, creano microcosmi che stillano sudore e tremenda fatica.

Premessa forse un pò lunga ma propedeutica ad introdurre il personaggio che con immenso piacere abbiamo incontrato di nuovo su suolo campano. Giovanni Rizzuti, figlio dell’architetto Manlio (ancora tennista temibile a dispetto dell’età che avanza), ha oggi 21 anni e sgomita per fare il suo ingresso tra i migliori 800 giocatori al mondo. Andò via da Napoli quando di anni ne aveva 15, per seguire in Argentina, a Santa Fe per la precisione, il maestro Mario Mattioli. Lo abbiamo ritrovato al Vomero in occasione dell’appuntamento con il torneo ITF.

Che rapporto conservi con la Campania?

G.R. Napoli è casa mia ma faccio tuttora fatica a considerarmi un tennista campano. Sarà per il distacco precoce, ancor di più per una serie di torti subiti da ragazzino da parte di chi, all’epoca, “governava” il tennis in Campania. Quando torno qui per giocare faccio sempre fatica a sciogliere il braccio. Non conosco peraltro nessuno di chi oggi rappresenta il tennis regionale.

Non è stato così all’ITF del Vomero però…

G.R. Si, finalmente al Vomero ho avuto buone sensazioni. Ho giocato discretamente anche il match perso con Lipovsek Puches, argentino testa di serie numero uno tra i più forti ed esperti del circuito. 7/5 6/3 e il rammarico che con un pizzico di cattiveria in più avrei potuto fare anche meglio.

Questi primi sei mesi del 2016 ci raccontano di tante partite perso d’un soffio, contro avversari importanti. I rocamboleschi ko al terzo set con Gaio e Granollers su tutti.

G.R. Evidentemente ho da crescere ancora molto nella gestione dei momenti importanti, decisivi del match. Sono probabilmente troppo emotivo e con maggiore aggressività avrei potute vincerle. Sento però di avere ancora tanto da dare a questo sport, d’altronde lavoro per questo.

Foligno è oggi la tua casa…

G.R. Ci vivo e mi alleno a Villa Candida, nel team di Fabio Goretti e Fabrizio Alessi, da quasi cinque anni. Ho la fortuna di scambiare con gente come Fabbiano, Vanni, Travaglia e francamente mi conforta la stima da parte loro che sono riuscito a conquistare nel tempo.

Cosa ti dicono, o meglio come incentivano il tuo impegno?

G.R. Li ringrazio tantissimo perchè continuano a ripetermi che ho i numeri per emergere, che una serie di risultati positivi darebbe slancio e fiducia al mio tennis. E io ho l’obbligo di provarci fino in fondo.

Dicevi del tuo rapporto con i tornei in Campania: hai dovuto superare due derby al Vomero per entrare in tabellone. Sei ora più tranquillo?

G.R. Si, ho giocato nell’ordine contro Daniele Pepe e Giovanni Cozzolino. Molto forti entrambi. Con Pepe ho combattuto per oltre due ore, gli faccio i complimenti. Tranquillo devo esserlo, anche quando (e qui capita) mi sento addosso gli occhi e le attenzioni di tutti per le scelte di vita e di tennis fatte in adolescenza.

Che giocatore ti definisci?

G.R. Un ribattitore da fondo, molto regolare e con buona gamba. Devo cercare qualche vincente in più con il dritto. Il mio colpo migliore è senz’altro il rovescio lungolinea.

Hai un amico tra i tennisti napoletani cui resti particolarmente legato?

G.R. Enrico Fioravante. E’ un ragazzo eccezionale e fu il mio riferimento quando arrivai a Foligno. Mi fece conoscere l’ambiente e gliene sono ancora grato. Nutro per lui profonda stima.

Ci salutiamo, cosa chiedi alla tua stagione?

G.R. Di non smettere mai di crederci, per rispetto di me stesso, della famiglia che continua ad accompagnare e a sostenere le mie scelte. Solo poi vedremo dove ci sarà riusciti di arrivare.

Silver Mele

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