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CIAO ALBERTO, UOMO E MAESTRO DI VITA. RIPRENDI A CORRERE TRA LE NUVOLE…

Eccoci maestro, da dove ripartiamo? Dall’ultima pallina di quei cesti interminabili, alimentati freneticamente e con un ritmo mai più visto? Lo stesso che volevi e cercavi attraverso la frequenza rapidissima dei lanci, per mettere sotto torchio i ragazzi che ambivano a diventare tennisti. Strada impervia, difficile ma non impossibile. I fenomeni della racchetta li avevi visti da vicino, quando in una delle tue vite, da impeccabile giudice di linea, studiavi il talento cristallino dei campioni. Per forgiare quella filosofia che non veniva dai libri bensì dalla vita vissuta, combattuta e presa di corsa, sempre. Con quei calzettoni lunghi al punto da avvolgere i risvolti della tuta e comporre l’immagine di te che sempre avremo negli occhi. Beh, poi tennista lo sei diventato, di livello alto tra i più titolati e agguerriti del circuito italico. Si tramanda ancora delle interminabili battaglie con Corrado Barazzutti ma anche dei fasti di quel Vomero che assieme a Gennaro, Antonio e Gianni Cierro contribuisti a rendere eterno. Incontrai la leggenda del manico otto quando, studente universitario in cerca di campi e compagni di allenamento provai a bussare da te. Erano i tempi in cui la passione per il lavoro, la dedizione per il campo non avevano ancora del tutto lasciato posto a soldi e interessi. E lì in Viale Giochi del Mediterraneo, il centro tecnico, che spero possa un giorno esserti intitolato, recitava in versi il tennis. Dicesti di rispettare il mio cuore d’atleta, che avrei potuto far parte del gruppo che allenavi, pur non avendo le qualità dei campioni che da Fuorigrotta stavano per spiccare il volo. Fu così che ebbi il privilegio di vedere da vicinissimo ciò di cui eri capace. E di apprezzare l’amore dal quale partivano raffiche di palline e consigli di vita a Potito, Ferrillo, Di Vuolo, Accardo. Tutti divenuti uomini prima che giocatori. Ma era stato così anche anni prima con Benito Tricarico, Ciaccio Ruocco, Marco Monaco e tanti altri che avevano portato Napoli e la Campania ad ottenere rispetto ovunque, nel mondo bifronte e spesso ambiguo del tennis. “Contano personalità e correttezza oltre al cuore” solevi ripetermi, “non dimentichiamolo mai perchè è quella la vera vittoria”. Il 1999 fu anche il mio ultimo anno da agonista. Non vinci come gli altri d’accordo, i più forti, eppure di sacrifici ne fai tanti, come loro. Con poche soddisfazioni, se non quelle del rispetto di cui ti onora l’avversario. Nel mese di giugno di quello stesso anno i campionati regionali di C si giocavano al centro tecnico, fu forse l’ultima volta. Mi infilai nel buco di tabellone lasciato dall’ottimo Marco Monaco per spingermi fino in semifinale. Ci sono cose che rimangono nella mente e che vanno ben oltre una vittoria o una sconfitta. Soffrivo, alla fine persi con Francesco Amiranda. Raccolsi la borsa con gli arnesi della sfortunata battaglia e mi avviai all’uscita. Ti trovai lì, con racchetta e sigaretta, connubio che solo a te gli uomini di sport sentivano di consentire, nella logica della morale che invece lo proibirebbe. La tua stretta di mano vigorosa, forte, e il sorriso quella volta non ironico furono il mio trofeo. Presi altre strade ma un anno dopo ricevetti la telefonata inattesa. Al centro tecnico federale di Fuorigrotta per la prima volta ci sarebbe stato il corso di formazione per istruttori regionali. Non avrei lavorato nel tennis ma tu maestro fosti più convincente. La tendenza paterna era venuta fuori, con quei sentimenti profondi che sono stati fortuna per tanti altri. Vissi quella settimana per poi ritornare al tennis giochicchiato e raccontato soltanto dodici anni dopo. Da giornalista professionista, temprato da altre battaglie e animato dalla voglia matta di raccontare le verità, anche quelle scomode del tennis nostrano. L’ho fatto, con dignità e schiena dritta, incontrandoti spesso perchè nelle nostre idee c’era quella di raccontare in un libro la tua vita straordinaria, ma anche di organizzare una grande cena, a casa tua, con tutti i tuoi ragazzi, molti dei quali oggi maestri. Per provare a scuoterli dal torpore, in nome di una passione e di quei valori che non devono soggiacere dinanzi a logiche d’opportunismo. “Mitico, facciamo presto, non lasciamo passare troppo tempo…” mi dicevi, incoraggiandomi nel percorso ad ostacoli che mi avrebbe portato finanche dinanzi ai magistrati dello sport, accusato d’infamie da chi gli interessi in un modo o in un altro vuol tutelarli, sempre e in ogni maniera. La Campania tutta, quella del tennis che a chiacchiere aveva sbandierato propositi di cambiamento, scomparve in un amen. Non tu. Non potevi perchè “l’uomo vero ha una sola parola ed è proprio come avviene in un campo da tennis. Se hai paura non c’è altro destino se non la sconfitta…”. Il male infame si era palesato in tutta la sua violenza in una calda e assolata mattinata al TC Napoli. Avevi incominciato a combattere una battaglia molto più importante, avvolto dal calore della tua splendida famiglia. Eppure, claudicante e dimesso solo da poche ore dal nosocomio cui ti eri affidato, mi dimostrasti una volta di più la tempra del campione. “Mitico sto andando a fare la mia parte, mi sento un pò debole ma non posso lasciarti solo. Ci sono partite che vanno giocate, per rispetto della verità, per amore…anche se le gambe non vanno più come un tempo”. Cos’altro dovrei scriverti maestro? O semplicemente sussurrarti, come fatto al telefono alla vigilia dell’ultimo cenone di Natale, quando il nodo alla gola a stento consentiva alle parole una sufficiente fluidità. Hai ragione: titoli, trofei, classifiche verranno sempre dopo l’uomo ed è questo il patrimonio più prezioso che andrò a custodire nello scrigno dei valori assoluti. Come beneficio e regalo delle ore spensierate, ma anche cariche di sogni, trascorse con te. Al matrimonio di uno dei tuoi fratelli riuscisti a svignartela tra prima e seconda portata perchè sarebbe stato da matti perdere la tua ora di corsa. Ritornasti in tempo per il contorno. Ora so che devi andare. Rileggo ciò che ho scritto e mi accorgo che per la prima volta, in queste poche righe, sono riuscito ad abbandonare il “lei” con il quale ero solito rivolgermi a te. Non ho fatto in tempo a venirti a salutare ma spero perdonerai. Ti lascio correre tra le nuvole dopo averti stretto forte come accadeva nei momenti gioiosi, veri dei nostri incontri. Ciao maestro.

Silver Mele

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